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Curia generalizia della Congregazione sublacense

possessore

Dettagli

  • Personale/Collettivo: Collettivo
  • Codice: TC Timbri conventuali e di ordini religiosi
  • Pid: NAPV217689

Descrizione

Forma ex libris: Ex libris S. Ambrosii de Urbe
Timbro tondo ad inchiostro blu (sul frontespizio): nella corona EX LIBRIS CURIAE ABB. GENER. SUBLACI, nello specchio PAX
Timbro ad inchiostro blu, in forma epigrafica su tre righe: S. AMBROGIO, ROMA, PIAZZA MATTEI

La Curia generalizia della Congregazione sublacense aveva sede in Sant’Ambrogio a Roma, in Piazza Mattei al civico 3; fu Pietro Francesco Casaretto nel 1851 a fondare la provincia sublacense della congregazione benedettina cassinese. Vi aderirono numerosi monasteri, anche fuori d’Italia, e nel 1867 i superiori di tutte le case della provincia sublacense chiesero l’autonomia dalla Congregazione: la Santa Sede approvò in maniera sperimentale la nuova congregazione che si chiamò Cassinese della primitiva osservanza.
Nel 1872 il Casaretto, temendo conseguenze per l’unificazione italiana, ottenne l’approvazione definitiva della nuova congregazione; i suoi timori divennero presto realtà quando, nel 1874, furono soppressi tutti i monasteri italiani con la dipartita della quasi totalità dei monaci; rimasero monaci a Subiaco, Cava de’ Tirreni e a Montevergine come custodi dei monumenti nazionali.
A Montevergine ripararono numerosi confratelli benedettini dopo la soppressione, come testimonia la corrispondenza tra il Casaretto e Guglielmo De Cesare, l’abate di Montevergine, conservata nell’archivio storico dell’abbazia e riassunta da Giovanni Mongelli (l’archivista storico di Montevergine). Questi scrive che, quando furono estese al Lazio le leggi di soppressione delle corporazioni religiose nei mesi estivi del 1874, si trasferì a Montevergine buona parte della comunità sublacense e le relazioni, cominciate nel 1870, tra il Casaretto e il santuario si fecero ancora più strette. Nel 1870 l’abate Guglielmo De Cesare, per sollevare le sorti di Montevergine in cui versava in quegli anni, propose di unirsi alla neonata comunità sublacense. Il Casaretto fu favorevole e le trattative cominciarono nel 1872; allora, la fusione tra le due comunità sembrava imminente, ma la soppressione cambiò i progetti comunitari.
L’idea del Casaretto di restaurare la vita dei benedettini d’Italia, basata sull’osservanza integrale della Regola, su un’ascesi molto rigida, sull’assoluta povertà dei monaci, sulla perfetta vita comune e sulla comunanza dei beni, gli causò molti dolori e numerose inimicizie. Così scrive all’abate De Cesare per ringraziarlo per l’ospitalità (trasformatasi per molti in integrazione nella vita verginiana), concessa ai confratelli sublacensi: «Io, Rev.mo Padre ho finito la mia carriera vittima dell’ingratitudine e della calunnia, disgustato dagli uomini, travagliato dall’incurabile malattia, depongo, dopo di anni trenta di combattimento, le armi, e nel silenzio, nell’umiliazione e nell’oblio, mi ritiro dagli uomini per maggiormente unirmi con Dio, preparandomi a quel gran passaggio che dovrò fare fra non molto.
… Se io inviandole i miei monaci, ho salvato Monte Vergine, Ella, col riceverli e mantenerli, salva la nostra provincia monastica d’Italia».
Casaretto muore pochi anni dopo, nel 1878; fu sempre lui a volere il collegio di S. Ambrogio, istituito dai confratelli benedettini nel 1861 per la formazione dei giovani missionari. In questa stessa data, sopra al portale del convento di Sant’Ambrogio, addossato alla chiesa, gli stessi posero l’epigrafe “Paterna S. Ambrosii Domus”, ovvero casa paterna di S. Ambrogio.
La piccola chiesa di S. Ambrogio de Maxima, infatti, sorse sulla casa romana di Sant’Ambrogio, posta in uno stretto vicolo medievale a ridosso dell’area del Ghetto ebraico e della Fontana delle Tartarughe a piazza Mattei. Secondo la tradizione, qui avrebbe vissuto sant’Ambrogio con la madre e la sorella Marcellina, prima di essere trasferito come console a Milano, dove poi divenne vescovo.
Il toponimo alla Massima si riferisce, invece, alla presenza nelle vicinanze dello sbocco della Cloaca Massima nel Tevere, ma secondo studi recenti potrebbe derivare anche dalla Porticus Maximae, la lunga strada porticata che ricopriva la Via Tecta.
La chiesa, di origine antichissima, venne ampiamente ristrutturata agli inizi del ‘600. Fu papa Liberio, ancora secondo tradizione, nel 313 a consacrare monaca la sorella di sant’Ambrogio, Marcellina, la quale avrebbe officiato la chiesa e una piccola comunità religiosa. Successivamente, la chiesa fu affidata alle monache benedettine che vi dimorarono sino al 1860, quando furono espulse per ordine della Santa Sede poiché veneravano una loro consorella, Agnese Firrao; da allora la chiesa e il convento furono affidati al Casaretto e ai benedettini sublacensi, anche se per breve tempo. Infatti, con la soppressione, chiesa e monastero furono espropriati dal neonato Stato italiano, e solo in seguito la chiesa e parte del convento furono restituiti ai benedettini. Il cospicuo fondo librario, con i timbri della Curia generalizia sublacense e quelli del seminario di S. Ambrogio, oggi è confluito nei nuclei della Biblioteca statale annessa al Monumento nazionale di Montevergine.

Archivio Storico di Montevergine
Mongelli Giovanni, L’abate Pietro Casaretto nel primo centenario della sua morte (16.2.1810-10.7.1878), in «Il Santuario di Montevergine», 59, n. 6 (1978), pp. 108-111
RomaSegreta.it, Via di S.Ambrogio, < https://www.romasegreta.it/s-angelo/via-di-s-ambrogio.html >, ultima consultazione: 20 maggio 2023

Collocazione Curia generalizia della congregazione sublacense