Il libro che mi è piaciuto di più nel 2021

Date:
14 Marzo 2022

Il libro chi mi è piaciuto_2021


Quinta edizione della rassegna Il libro che mi è piaciuto di più. Di seguito le segnalazioni che abbiamo ricevuto, pubblicate in ordine alfabetico sotto il cognome del recensore.

Cordasco, Annamaria
Samantha Shannon, Il priorato dell’albero delle arance, Mondadori, 2019

Il libro che ho prediletto nel 2021 è stato Il priorato dell’albero delle arance, di Samantha Shannon. È un libro fantasy in cui protagoniste assolute sono le donne.
La protagonista è una giovane infiltrata in un Paese straniero, di cui non condivide le convinzioni religiose. In realtà i vari Paesi del mondo tratteggiato hanno ognuno una tradizione religiosa, storica, culturale propria, fatta per esaltare le vicende del proprio passato.
La protagonista è un’adepta dell’Albero delle arance, l’unica verità. Lei combatte per ciò in cui crede, fino in fondo, senza sottrarsi davanti alla dissimulazione, all’uso della forza, allo svelare, quando necessario, i suoi poteri speciali.
Si innamora in missione. È un amore lesbico, un po’ troppo dettagliato per i miei gusti. Lei è la regina del Paese in cui lei è in missione, ma in realtà la vera personalità forte è la protagonista. C’è il male ed è molto ben riconoscibile, come in tutti i fantasy che si rispettino. I popoli di terre anche a lungo ostili tra loro o autonome si riuniranno per combatterlo. Importante è dunque anche l’azione diplomatica, oltre al coraggio nell’affrontare le prove.
Ci sono tanti personaggi, anche maschili, ma le donne hanno una luce in più.
La battaglia finale è epica, bellissima e alla fine vince il bene. Cosa volere di più!

Paola de Conciliis
Ted Chiang, Respiro, Frassinelli, 2019

Scrivere una recensione, per chi non lo fa di mestiere, ha sempre due aspetti, tra loro contrastanti: da un lato l’impaccio del non-scrittore nel tentativo di mettere nero su bianco in modo decente, se non convincente, le idee, sensazioni, talvolta veri e propri “viaggi” della mente, che il libro da recensire ha avuto il merito di produrre, dall’altro l’emozione che spinge a recensire, connessa alla gratitudine verso lo scrittore, all’empatia con l’autore di tanto piacere intellettuale. Benché non manchino, e credo siano molto interessanti, le recensioni spinte dal dolore/orrore che il libro ha suscitato, e che lo rende perciò stesso tanto importante da meritare una recensione. Dico subito che in questo caso la mia recensione è del primo tipo, ma anche un po’ del secondo. E’ un impacciato tentativo di comunicare ad altri il piacere e il rapimento di accostarsi all’opera di un grande scrittore contemporaneo che, attraversando in tutti i sensi possibili il genere della fantascienza “filosofica”, consegna una raccolta di racconti diversi per impostazione, lunghezza e “impegno”, ma accomunati da una lingua sobria e affilata, netta e scientifica, a volte splendidamente ironica, ma anche capace di immagini poetiche e di toccare direttamente i tasti più profondi della sensibilità umana. Ed è anche un tentativo di fare i conti con l’inquietudine che i racconti lasciano, segno davvero che lo scrittore ha posto domande, ha costretto a guardare in uno specchio in cui non si era mai affacciato l’occhio. Ciascuno dei racconti parte da un tema classico o più recente della fantascienza, dal salto temporale alla condizione “posthuman”, dalle psiche degli automi in ambiente digitale ad una biomeccanica “cyborg”, passando per la deriva delirante di un pensiero pseudo-teologico “terrapiattista”, ed esplora con una minuzia visionaria le possibilità che l’ingegneria informatica attuale e la fisica “estrema” alla Kip Thorne offrono ad uno scrittore dalla poderosa cultura scientifica. La narrazione di Chiang, sempre controllata, non si esaurisce in un fuoco d’artificio di vertiginosi, inquietanti scenari futuri, ma approccia da più parti un tema antico, consustanziale, a mio avviso, alla scrittura stessa, quello del comportamento umano, o meglio dell’essenza stessa dell’umano, che si manifesta in relazione all’altro, al non umano naturale e a quello prodotto dall’uomo stesso, all’universo nel suo insieme, come minaccioso o salvifico punto interrogativo posto davanti all’individuo e alla specie. Più di tutti riemerge un tratto distintivo della domanda sull’uomo e all’uomo: la possibilità e la necessità del libero arbitrio, la scelta dell’azione etica nel tempo e a prescindere dal tempo e dal determinismo in cui la fisica sembra costringerla, anche con la “paralisi” epistemologica della meccanica quantistica. I personaggi di Chiang affrontano la sfida della comprensione del mondo, dei loro simili e di sé stessi, resa acuta e paradossale dall’uso della tecnologia che implementa le funzioni cerebrali e neurologiche, o che consente di sperimentare universi paralleli, mostrando che l'”iperrealtà” non esclude mai la via difficile della responsabilità nei confronti dell’altro, che sia esso il figlio, il coniuge, un amico, un ente digitale a cui si riconosce dignità umana, l’umanità futura nel suo insieme. Un messaggio in bottiglia di riparazione o di avvertimento, la redenzione di un passato vissuto, a volte un’assoluta incognita costituisce l’epilogo dei racconti, che non lasciano mai indifferente il lettore, o meglio, non lo lasciano più “innocente”.


Domenico Donato De Falco
Amor Towles, Lincoln Highway, Neri Pozza, 2021
Amor Towles, Un gentiluomo a Mosca, Neri Pozza, 2020
Jordan Farmer, Un diluvio di veleno, Jimenez edizioni, 2021
Álvaro Enrigue, Adesso mi arrendo e questo è tutto: il romanzo di Geronimo e degli ultimi apache, Feltrinelli, 2021


In questa graziosa rubrica segnalo alcuni dei libri della cui lettura ho goduto nel corso dell’anno appena trascorso.
Di Amor Towles (nato a Boston nel 1964 e laureato a Yale), Lincoln Highway (Neri Pozza 2021, traduzione di Alessandra Maestrini), un romanzo che si può senz’altro definire di formazione, quella di Emmett Watson, alle cui vicende si partecipa con grande apprensione, al punto che talvolta si è tentati di scrivere a Towles per chiedergli perché mai fa compiere delle azioni decisamente sciocche al suo protagonista, che è in fondo un bravo ragazzo e, benché ancora giovane, già abbastanza strapazzato dalla vita.

Sempre di Amor Towles, il suo secondo libro tradotto in italiano, Un gentiluomo a Mosca (Neri Pozza 2020, nell’originale A gentleman in Moscow, traduzione di Serena Prina), in cui si narrano le vicende dal 1922 al 1954 del conte Aleksandr Rostov (il gentiluomo del titolo), che vive esiliato all’interno dell’Hotel Metropol di Mosca, dal quale non può uscire a pena di essere fucilato: è infatti considerato un traditore dal “Comitato d’emergenza del popolo per gli affari interni” (bei tempi quando esisteva a Mosca un intero “Comitato” e non un unico oligarca in delirio d’onnipotenza). Se s’immagina una definizione di gentiluomo, ebbene questo è proprio il conte Rostov, il quale, peraltro, benché confinato in un pur bellissimo e prestigioso albergo, troverà il modo di intraprendere tante emozionanti e gratificanti avventure. Una lettura appassionante.

Di Jordan Farmer, Un diluvio di veleno (Jimenez edizioni 2021, titolo originale The Poison Flood, traduzione di Gianluca Testani), la storia di Hollis Bragg, un musicista molto prolifico che cede anonimamente le sue canzoni ai Troubadours, un gruppo – la cui leader è una sua amica d’adolescenza – che grazie al genio creativo di Hollis gode di buona fama. La narrazione è dolente, gli avvenimenti che si susseguono sono in parte tragici, fino ad un epilogo che lascia intravedere una qualche redenzione.

Di Álvaro Enrigue (Città del Messico, 1969) Adesso mi arrendo e questo è tutto : il romanzo di Geronimo e degli ultimi apache (Feltrinelli 2021, titolo originale Ahora me rindo y eso es todo, traduzione dallo spagnolo del mitico Pino Cacucci). I continui cambi del punto di vista rendono la lettura di questo libro un po’ faticosa, tuttavia anni di consuetudine con le vicende del Texas ranger più famoso d’America l’hanno resa comunque agevole, consentendo anche di orientarsi nelle definizioni delle varie nazioni indiane. «Prima mi spostavo come il vento, adesso mi arrendo e questo è tutto»: sono le parole pronunciate dal famoso capo apache Geronimo nell’atto della sua resa a seguito della spietata campagna di internamento dei nativi nelle riserve intrapresa dal governo degli Stati Uniti alla fine del XIX secolo. Comunque una lettura carica di pathos.


Lucia Cristina Tirri
Rosi Braidotti, Fuori sede. Vita allegra di una femminista nomade Castelvecchi, 2021

Fuori sede. Vita allegra di una femminista nomade (Castelvecchi, 2021) è l’autobiografia della filosofa Rosi Braidotti che con toni vibranti esplora la sua complessa identità, contrassegnata da legami plurimi e migrazioni continue anche tra registri linguistici differenti: inglese, francese, olandese, italiano, friulano. Il suo nomadismo linguistico le procura gioia ed esprime la molteplicità del suo essere un soggetto nomade, che la fa sconfinare in terre pluralmente “madri”, immaginarie, “molteplici ed eterogenee” disvelando di continuo la natura ingannevole del linguaggio, in tutti i suoi aspetti. Il soggetto è quindi un mosaico di parti frammentarie tenute insieme da un cemento simbolico: l’attaccamento a, e l’identificazione con lingue, luoghi, sapori, colori, profumi e affetti diversi.
L’originale opera, contrassegnata dalla perenne ricerca dell’autrice di abitare la diversità nel suo incessante essere in transito, racconta un viaggio multiforme che ha origine nello sradicamento dal paesino friulano che “l’ha marchiata a fuoco”. La lingua originaria è stata traumatizzata dall’emigrazione e dallo sbarco nel mondo anglosassone, per questo l’hanno sempre affascinata le linee di intersezione, d’incontro, di convergenza. L’iniziale condizione di emigrante in Australia e poi quella di nomade in Francia e in Olanda illuminano le sue riflessioni. L’effetto più immediato, che lo strappo dall’Italia procura nell’adolescente Rosi, è la consapevolezza della profondità del suo essere europea in terra australiana:“vissi le contraddizioni e la complessità di un’europeità scoperta nel momento stesso in cui la perdevo, emigrando altrove.” “Non ero solo un’immigrata bianca – e l’essere bianca risaltava in rapporto agli aborigeni -, ma ero allo stesso tempo una bianca di serie B rispetto alla minoranza di origine anglosassone che domina il paese. Fu proprio questa contraddizione dolorosa a confermare un sentimento di profonda appartenenza all’Europa, oltre che all’Italia.”
L’autobiografia di una pensatrice non si può non sviluppare e comporre attraverso dei saggi a carattere autobiografico, in cui si vaga tra paesaggi mentali grazie ad una introspezione fluttuante in cui la relazione con altre/i è imprescindibile. L’identità del soggetto nomade è una mappa dei luoghi in cui è già stato, anche solo nella sua immaginazione. Attraverso tale geografia Rosi Braidotti sfida ogni forma di identità cristallizzata e sostituisce con vigore ed entusiasmo il cogito ergo sum con un desidero ergo sum. In una sorta di manifesto identitario della contemporaneità, più che un individuo si definisce un “dividuo” grazie ad un percorso di sottrazione non solo dalla sua, ma anche da tutte le identità unitarie e, con gran convinzione, dice di essere felice così. Un’autobiografia di sé come nomade poliglotta offre uno stile di pensiero aperto verso l’esterno, verso l’orizzonte sconfinato di un’esistenza che va scomposta e reinventata continuamente. Il sé in gioco in questo stile autobiografico non esiste come essenza ma emerge con caratteristiche tutte sue, competenze esistenziali specifiche che consentono di inventarsi modi di “sapere fare” e “sapere stare” nel mondo e forniscono strumenti di navigazione che orientano l’autrice all’interno delle convulse trasformazioni del presente. “Credo che solo un soggetto che non è più uno, né nessuno, né centomila, ma perpetuo divenire, cioè processo di attraversamento e di creazione critica, possa ritenersi all’altezza delle sfide epocali con cui abbiamo a che fare. Sfide che vanno affrontate con solenne e insolente leggerezza.” Dal momento che “l’Europa è diversità, pluralità, migrazioni molteplici e incroci perenni”, Rosi Braidotti propone la grande sfida di un’identità che si riconosce felicemente in un’“italianità europea”: un work in progress esistenziale molto produttivo. Il pensiero nomade diviene così un modo di posizionarsi nei confronti delle multiple appartenenze di ognuno.


Sabrina Tirri
Emanuela Zuccalà, Sopravvissuta ad Auschwitz: Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah
, Paoline, 2005

Sopravvissuta ad Auschwitz: Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah è un volume che ho appena finito di leggere e che consiglio vivamente a qualsiasi tipo di lettore, di ogni età e genere. La giornalista freelance Emanuela Zuccalà raccoglie in questa opera, edita nel 2005 per conto delle Paoline, la testimonianza di una delle poche sopravvissute all’Olocausto. Si tratta della senatrice e attivista Liliana Segre che ha dovuto smettere di essere bambina all’età di tredici anni, quando, per il solo fatto di essere nata in una famiglia di origini ebraiche, viene deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Con tono pacato e senza mai pronunciare parole di odio e di vendetta, la Segre descrive il suo terribile vissuto nel campo di sterminio polacco. La sua esistenza, già profondamente segnata dall’assenza della madre, persa all’età di un anno, si aggrava di ulteriori perdite, come quella del padre dal quale si separerà per sempre una volta arrivati nel lager della morte e della tortura. Diventata una delle innumerevoli ragazze-nulla di Auschwitz, Segre, sopravvissuta per puro caso, riesce infatti a superare tutte le periodiche selezioni per la vita o per la morte decretate dai cecchini nazisti. Liberata a maggio del 1945, con l’arrivo degli americani e russi,  ritorna nella sua amata Milano nell’agosto dello stesso anno dove gradualmente si riapre alla vita e si “arma di amore” per ricostruirsi una nuova esistenza. La decisione di diventare testimone della Shoah e raccontare la sua storia intima e personale matura in lei molto tardi, negli anni 90. Lei vuole parlare ai giovani che decide di incontrare nelle scuole, nei luoghi deputati alla formazione, affinché ogni allievo possa rendersi meglio conto delle nefandezze di cui è capace l’uomo e possa imparare a rispettare i suoi simili. Purtroppo la strada della solidarietà, del benessere collettivo e della pace è ancora lunga e la guerra tra Russia e Ucraina scoppiata in questi giorni ne è una triste testimonianza.