Dettagli
- Personale/Collettivo: Collettivo
- Codice: TC Timbri conventuali e di ordini religiosi
- Pid: NAPV217650
Descrizione
Timbro ad inchiostro nero in forma ovale, in due anelli con l’iscrizione: CARMELITANI SCALZI DI S. MARIA DELLA SCALA
Nota manoscritta sul (frontespizio): S. Maria de Scala Urbis
Con la bolla “Sacrarum Religionum”, papa Clemente VIII, il 1° aprile del 1597, affidava la chiesa di Santa Maria della Scala (la prima a Roma) ai Carmelitani Scalzi; la sua fondazione ha caratterizzato un angolo di Trastevere, dando il nome anche alla piazza antistante. La tradizione narra che essa prenda il nome da un’immagine miracolosa della Vergine con il Bambino, anticamente collocata sotto la scala di una casa di Trastevere, chiamata Casa Pia, fondata nel 1563 da Pio IV per le religiose di Santa Chiara. Il miracolo all’origine del culto è quello di una levatrice di nome Cornelia che stava pregando davanti all’immagine della Madonna per la sua figlioletta nata muta, quando essa iniziò a parlare. Il fenomeno, considerato subito miracoloso, si diffuse in tutta Roma e assunse proporzioni tali da spingere il papa a far costruire la chiesa e, successivamente il convento, nel luogo di continuo pellegrinaggio. Il progetto, affidato a Francesco Capriani da Volterra sul finire del XVI secolo, si protrasse fino a metà del ‘600 per la morte dell’architetto e l’assunzione della direzione del cantiere da parte di Girolamo Rainaldi. A conclusione dei lavori, l’affresco fu asportato dal muro della scala e installato nel nuovo edificio.
Nell’annesso convento, in parte attribuito a Matteo da Città di Castello e in parte ad Ottavio Mascherino, i frati realizzarono la loro spezieria interna, dove utilizzavano sia le essenze medicinali coltivate nel loro orto che quelle dei confratelli missionari nelle Indie. La Spezieria di Santa Maria della Scala è la più antica farmacia di Roma e d’Europa giunta integra fino ai nostri giorni; istituita per necessità dei frati, nel corso del ‘700 fu aperta a tutti e fornì rimedi ai papi come Pio VIII, Leone XIII, cardinali, medici pontefici e anche principi; tutto ciò le valse l’appellativo di “farmacia dei Papi”. Il convento, come tutti gli altri a Roma, ha dovuto affrontare la secolarizzazione.
Nel 1873, con la legge del 19 gennaio sulle corporazioni religiose e sui conventi, il Regno d’Italia decretò l’acquisizione dei beni religiosi allo Stato e la biblioteca del convento fu incamerata dalla Biblioteca Nazionale. La sua consistenza è documentata dalla relazione compilata dal delegato governativo Enrico Narducci, che il 26 novembre ispezionò, trovandola in perfetto stato di conservazione, formata da circa 6.000 volumi, «riconoscibili dal timbro ellittico nel quale è impresso CARMELITANI SCALZI DI S. MARIA DELLA SCALA». In realtà, i volumi provenienti da Santa Maria della Scala erano più del doppio di quelli stimati da Narducci; infatti, circa 13.440 volumi e manoscritti furono trasportati con 8 carri, tra aprile e giugno del 1875, al Collegio Romano, prima sede della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, e mischiati con gli altri provenienti dalle biblioteche private e claustrali. Oggi quelli censiti risultano essere 8.000. Oltre al timbro anche le note di possesso in latino o in volgare ci consentono di individuarne la provenienza: Conventus et Bibliothecae Sanctae Mariae de Scala Urbis, oppure: S. M.a da Scala. Allo stesso modo sui contropiatti troviamo l’antica segnatura a penna, consistente in una lettera maiuscola, un numero arabo e una lettera minuscola.
Sui nostri volumi sono presenti le note e i timbri, e provengono dalla Curia Generalizia Sublacense che aveva sede nel collegio di Sant’Ambrogio a Roma, in piazza Mattei. Sugli stessi volumi c’è un secondo timbro ovale con la scritta “Duplum Bibliotheca V.E.”; esso, in forma circolare o ovale, ad inchiostro nero o blu, era posto sui volumi doppi della neonata Biblioteca Nazionale di Roma, inaugurata il 14 marzo 1876 dal ministro Bonghi, per la vendita, allo scopo di accrescere col provento le raccolte librarie della Vittorio Emanuele.
Circa 19.000 volumi furono venduti in tre aste, che si tennero fra il 1897 e il 1914 (Roma, Hotel de Ventes G. Sangiorgi, 1897; Roma, Libreria Nardecchia, 1913-1914), e altri 100.000 circa furono scartati perché incompleti o in cattive condizioni e ancora oggi si trovano non catalogati nei magazzini della Biblioteca Nazionale (cfr. M. Venier). In realtà, la vendita dei volumi doppi o lo scambio con le nuove pubblicazioni comincia già a dicembre 1875 e sarà lo stesso ministro della Pubblica istruzione che sta facendo nascere la biblioteca nazionale ad autorizzarne le vendite. Infatti, il Bonghi, a fine dicembre del 1875, aveva incaricato uno dei suoi diretti collaboratori, Francesco Carta, della cernita e della vendita di questi duplicati (prima nella biblioteca del convento della Minerva e poi nelle celle del vicino Collegio Romano dei Gesuiti, scelto come sede della nuova Biblioteca Nazionale). I volumi acquistati o scambiati con i benedettini della biblioteca di Sant’Ambrogio in Piazza Mattei oggi fanno parte del fondo “Sant’Ambrogio” della Biblioteca Statale annessa al Monumento Nazionale di Montevergine.
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Biblioteca Statale di Montevergine